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Saggista (lafionda.it)
Un volto da un vuoto è un libro di poesie che parla di una nascita. Una nascita alla vita, che è quella del suo autore, Gabriele Guzzi, ma anche quella possibile di ciascuno di noi, e che può farsi un’azione di popolo, titolo della terza sezione. Ma che cosa significa nascere alla vita?
Ecco una bella domanda, a partire dalla quale credo si comprendano queste preziose poesie, dotate di una vis maieutica, da leggere e da portare con sé come dei talismani o degli unguenti officinali.
Un volto da un vuoto è un libro iniziatico. Iniziatico vuol dire iniziare. Iniziare a vivere. È lo stesso Gabriele Guzzi che ce lo dice: “Ho voglia di iniziare a iniziare:/ Ho voglia di decostruire/ Di balbettare.”
I. Dissotterrare un volto, per dar luce al mondo
Come si fa a iniziare a iniziare? Bisogna lavorare sulla propria soggettività, ed esplorarne gli abissi. Bisogna inabissarsi, non restare in superficie, è il messaggio della prima poesia del libro, intitolata “Il capodoglio”: “Voglio sprofondare/ Nel canto dove il caldo/ Ventre del mare abbraccia suo figlio/ Prediletto, l’eletto/ Re. L’inabissato”.
Un volto da un vuoto ci parla dunque di una nascita, di una trasformazione dell’Io, che inizia ad abitare le proprie profondità oceaniche, e a fare esperienza di un canto, di una voce che lo rigenera: “Un’altra è la voce che ci conduce/ Oltre il malanno”. A noi, al poeta, spetta il compito anzitutto di fare tana al solito pensiero mortifero e angosciante, di diventare “la nutrice della propria mente”, di farsi ascolto senza confini, di “rallentare”. E iniziare a sperimentare questo presente dilatato.
“Mi faccio liquido obbediente”, dice Gabriele Guzzi, e “sono ancorato al presente”. Perché “la nascita è una sede/ Sempre vacante”. Questa nascita cioè non ha un luogo o un tempo pre-definito, statisticamente calcolabile, non è data una volta per tutte; piuttosto è una via da percorrere, colma di luce.
II. L’ambiguità della soglia
Questa nascita però avviene in un tempo terribile. In cui tutto sembra concorrere ad una non-nascita. In “Resoconto di un contemporaneo”, Guzzi scrive infatti: “Non c’era nulla. /…/ Si moriva in abbondanza, a basso prezzo,/ Tutti connessi alla stessa rete”.
È una morte dolce quella dei contemporanei, a poco prezzo, persi nella morsa di una rete che li irretisce in una falsa sicurezza. “La maggior parte si occupa dello studio/ E della sepoltura dei moscerini”. La maggior parte è concentrata a sviscerare particolari insignificanti rispetto alla nascita in atto. È un tempo in cui viene spento l’umano, “scartavetrato”, “fino a renderlo irriconoscibile”.
È “L’ambiguità della soglia”, titolo della seconda sezione. Questa soglia, il passaggio cioè da una forma di esistenza che non nasce alla vita, ad una che invece è insorgenza continua, attraversa ciascuno di noi.
Allora, “Chi è sopravvissuto/ Accatasta parole come bracieri/ Temporanei, rifugi per riscaldarsi”. Questa soglia è cioè difficile, e il compito del poeta in noi è quello di recidere, come un chirurgo, tutte le parole inutili, tutto ciò che ci fa deviare, e non ci aiuta a varcare la soglia. “Sii questo silenzio/ Dilatato, questa distanza che non soffre, questa presenza/ Che interrompe l’esodo delle voci/ Dei popoli piangenti nell’arena.”
Che cosa c’è oltre la soglia?
III. Lo Sposalizio universale
Questo è un libro di guarigione, di liberazione da paure e ferite antiche, personali e familiari. Ma non è a poco prezzo, bisogna “toccare il fondo” e “bucarlo”. Solo così si apprende ad abitare una dimensione che possiede delle qualità specifiche: bisogna “rischiare”. C’è una “gioia interminabile”, “un’espansione infinita della terra”, ci dice Guzzi, una “condizione esatta ma collettiva/ Di essere/ In una perfetta unità”.
“Nel nostro gesto più maturo/ Di rimanercene indifesi”, lì dove cioè il volto non è più quello della maschera e della difesa, ma invece “Non c’è più inganno nella faccia/ Gelida del marinaio”.
Allora accade una coniugazione fra terreno e celeste, fra intenzione e azione, fra l’io e il tu, lì dove “La mia gioia” – ci dice Guzzi – “non è niente di personale./ Più che un sentimento è una storia/ Secolare, più che un’emozione è un’assemblea/ Di donne e di uomini/ Finalmente felici.”
Il volto da un vuoto che può essere disseppellito dalle macerie della storia è cioè il nostro. La “Comprensione iniziale”, con cui si chiude questa raccolta poetica, è cioè che il volto che emerge è quello di una buona notizia, di un uomo e di un popolo, che è pronto alla gratitudine e all’amore.
Scrittrice (lafionda.it)
Caro Gabriele,
la tua silloge Un volto da un vuoto (Pequod) mi ha fatto comprendere quanto la poesia venga da un altrove e si nutra di altro che di sola letteratura. Credo sia, questo, un libro legato a un cammino religioso, di inabissamento e risalita, dove ogni parola è misurata, e ogni verso è inciso lentamente nella memoria animica. “Prima di dire una parola/Ho bisogno di molto scavare,/Di molto cavare/Da me, tutto il mio odio//…”.
È interessante tu vada in direzione opposta rispetto ai dettami del nostro tempo, che chiedono paratassi, brevitas, e minuscole. Tu inizi ogni verso con la maiuscola, e perciò ti leghi alla tradizione. Ti lasci pervadere e chiedi una convocazione: “Invocare Dio/È ricevere un volto che duri/Come una terra da ereditare”, deponi dunque le armi della mera ragione, del mero esercizio di stile, proprio di tanta poesia contemporanea, per raggiungere il dunque, per raggiungere la ragione senza ragione del poetare.
Credo che tu legga più classici che contemporanei, che tu non voglia cedere all’ansia – in certi casi finanche angoscia – del nuovo, e ciò fa della tua opera una perla preziosa. Le perle però simboleggiano le lacrime, una serenità raggiunta a colpi di nudo dolore, una vita nuova divenuta alternativa indispensabile rispetto a un’altra che si è desiderato oltrepassare.
Lo sguardo rivolto ai non visti è l’incastro perfetto tra interiorità e esteriorità, quello sguardo non è possibile se non si fanno i conti con l’alterità che ci abita. “Faccio il lavoro più antico del mondo:/Il povero.//Mi trascino sui viali senza un soldo/Con il palmo della mano aperto/Attendo, come la terra con la pioggia.//Non ho nulla con me./Cerco solo un uomo ricco/Che si vuole fare un po’ più povero/Per me, moltiplicando/La sola ricchezza che dura://Quella che non possiede.”.
Che ci sia un lavoro spirituale profondo lo dimostra ogni singolo verso, ciò che sorprende è che questa silloge sia stata scritta, come mi accennavi, tra l’adolescenza e i vent’anni. Dove il tempo è stato afferrato e conservato, maturando in così giovane età: “Bisogna rallentare per vedere/Tutte le sfumature del mondo./Bisogna rallentare per vedere/Il corpo di Dio.//Non c’è eucarestia nella fretta.//Allora, mi faccio liquido obbediente./Contemporanea diviene la parola/Vivente, quella più elementare.//…”.
Pervade tutta l’opera il convincimento di una definizione metafisica dei ruoli: “Solo il padre celeste/Sana il padre terrestre.”, dove è la Sacra Famiglia a dare senso alla famiglia fisica, non esiste nulla di meramente materiale.
Credo che questa tua silloge mostri in primo luogo il campo di una interminabile battaglia, cui forse io risponderei bandiera bianca, mentre tu invece combatti fino in fondo portando sulle spalle il peso della metà invisibile del cosmo. “Chi non è stato scartato/Non può salvare./Sappilo./Solo ciò che residua dà la misura/Della purezza, come la feccia/nei vini.//Solo l’ultimo/Può farsi primo perché è materia/Prima – da sempre//Di ogni vera costituzione.”.
Talvolta ammiro disarmata chi abbia preso posizione sul mondo, sulla vita, qualsiasi posizione, e tu sei tra questi; sento l’ardore della tua lotta, della tua fede. A me resta ancora il chiarore della luce marina, una passeggiata solitaria prima del buio, sospesa tra due dimensioni, come se il sole non dovesse mai calare e mai sorgere. Ti osservo da tale prospettiva intermedia, e ti chiedo se la profondità abissale della discesa possa mai trasmutarsi in ascesi.
Poeta (fissandoinvoltoilgelo.it)
Io non condivido la fede di Gabriele Guzzi, ma la sua scrittura mi interessa e appassiona perché parla dell’uomo, così come lo facevano Giuseppe Ungaretti, Giovanni Testori, David Maria Turoldo. In questa epoca feroce di schieramenti, di orecchie turate alle ragioni degli altri dalla cera fusa del dogma – scientifico, politico, statistico –, trovo in questa poesia, in cui la professione di appartenenza al mondo cristiano è dichiarata, un tentativo di totale apertura al dialogo.
La poesia, sin dalla sua origine, si fonda sul dialogo: è dialogante quella del Mahabharata e quella dell’Odissea. Prima di esaminare la possibilità di relazioni colloquiali con i propri simili gli uomini si rivolgono all’Oscuro, al Numinoso e attendono risposte che possono rivelarsi come enigmi, come richieste di obbedienza, ma anche come invito alla conoscenza profonda di sé stessi.
Nel messaggio evangelico, che è quello a cui si affida Gabriele Guzzi per la sua ispirazione, la differenza fra il piano trascendente e quello immanente trova lo sconvolgimento profondo del suo appianarsi. Per assurgere ad un livello di innalzamento, dopo il messaggio evangelico, occorre abbracciare integralmente la pratica interiore ed attiva della spoliazione. Da bambino mi colpiva la storia catechistica del soldato romano che offriva il suo mantello al povero che tremava di freddo e successivamente rimasi abbagliato dalla splendida nudità in cui si esprimeva la scelta radicale di Francesco.
Il titolo della raccolta, in apparenza misterioso, esprime perfettamente questo principio attraverso una convincente allitterazione: Un volto da un vuoto, come a dire che solo attraverso il riconoscimento della povertà metafisica della condizione umana, potranno emergere le fattezze sindoniche del riconoscimento più pieno. “Invocare Dio/È come ricevere un volto che duri/Come una terra da ereditare.” (Convocazione, vv.1-3, p. 19) C’è un livello contenutistico che esprime questa esigenza con immagini canoniche, come in Il mio mestiere, dove chi confessa di esercitare il mestiere più antico del mondo, il povero, afferma la sua logica folle rispetto alla follia del mondo: “Cerco solo un uomo ricco/Che si vuole fare un po’ più povero/Per me, moltiplicando la sola ricchezza che dura://Quella che non possiede.” (Il mio mestiere, vv.7-11, p.27).
A un livello metaletterario ci si affida a un richiamo che mi interessa molto e che mi sento di condividere pienamente, quello indirizzato ai poeti e al tempo della loro lenta maturazione, oggi dimenticata nell’affanno di una presenza loquace troppo insistita e costante. Il silenzio, i novi mesi della gestazione, il gesto necessario del togliere, non quello ipertrofico di aggiungere in continuazione. La lezione del deserto di Edmond Jabès. Più che di chirurgo, io parlerei dell’azione del giardiniere, del contadino, di un ramo che occorre tagliare per farlo rigenerare:
I poeti potrebbero tacere
Per almeno un millennio.
Disinfettarsi la bocca,
Gustarsi la castità del silenzio.
I poeti dovrebbero apprezzare
Il privilegio di essere esclusi:
Arare il terriccio gerbido
Della mente, fendere la terra
Per farla partorire.
“Perché i poeti come i chirurghi
Imparino umilmente a recidere.”
(Il futuro dei poeti, p.29)
I versi “I poeti dovrebbero apprezzare/ Il privilegio di essere esclusi” sono storicamente fondati nel processo di emarginazione sociale in cui spesso la vera poesia ha attecchito, attribuzione di marginalità che oggi pare caduta in pesante abbandono, attraverso l’esposizione forzata sui social e la ricerca disperata di riconoscibilità spicciola. L’idea è replicata in un altro testo che riaggiorna il montaliano “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato”: “Non poesie possiamo offrirvi:/Versi, gemiti, balbettii./Questo offre il mercato.” (Verbi iniziali, vv. 1-3, p.48).
1923-2023: cento anni. Le storte sillabe secche che raccontavano di uno sradicamento generazionale, sono raccolte esattamente un secolo dopo dai sopravvissuti, per accatastare “Parole come bracieri/Temporanei, rifugi per riscaldarsi.” (vv. 5-6, p.48). È poesia dell’emergenza in cammino verso la ricerca, artistica e umana, di una nuova identità. In un altro componimento è l’Ungaretti di Veglia, a essere ripreso, è il suo ostinato attaccamento alla vita, nonostante il crollo materiale dei corpi a lui vicino e la terribile vicinanza del dolore e della morte: “Nei pascoli erbosi che la mente ricama,/Nel rivolo storto che implora perdono,/Nell’asfalto compatto che riapre la via, in questo/Istante, ora, piegate le ultime ginocchia / Ho ascoltato parole ricolme d’amore (…)” (Eterno, vv. 1-5, p.15).
La questione del Male, centrale in questa raccolta, è evocata in immagini non nascoste in un terrore da tenere ben lontano e da esorcizzare, ma piuttosto da affrontare in una nuova avventura medusea, per convincersi che ciò che volutamente posiamo “tra gli infissi fradici delle cattedrali” (Resoconto di un contemporaneo, v.1, p.11) come raccapriccianti gargoyles, sono invece parte della nostra dinamica di crescita interiore e sociale: iguane, epidemie, squali, onde che inabissano.
Il lavoro junghiano sull’Ombra porta all’acquisizione di parti osteggiate dall’io cosciente, ma necessarie per l’integrazione definitiva. Questo completamento fa zampillare una nuova creatività, che si riveste, appunto, in uno slancio sinestetico apprezzabile non perché rimane astratto fumo, ma perché è generatore di immagini naturali e vitalistiche. Nella padella di Guzzi vengono messi a cuocere le ombre, i cattivi pensieri, i demoniucci, ma il risultato finale è un distillato “che profuma di mirtilli/E la stanza si riempie di sapori.” (Il padellaro, vv.9-10, p.50)
L’aspirazione al dialogo a cui mi riferivo all’inizio non è una semplice spinta velleitaria, una raccomandazione ad uso e consumo di chi volesse entrare nel circolo virtuoso del poeta e delle sue esigenze di apertura, ma diventa in questa raccolta parte strutturale, in una specie di controcanto della coscienza sottolineato dalle virgolette e dall’uso del corsivo. Ai lampi del domandare che nascondono turbamento e sconforto, succede una voce tonante che raccomanda di analizzare più a fondo gli stati d’animo e di distaccarsi profondamente dalla chiusura egotica: “Impara a non condannare/Ciò che ancora non conosci/Di te: fallo fruttare/Piuttosto, l’albero è cieco/Ma il frutto ci vede benissimo.” (Nuovo Testamento, vv.7-11, p.59).
Questa dimensione di raccoglimento e di ricerca, da journal intime, da confessioni agostiniane, non indica però soltanto la pratica di esercizi spirituali da applicare a una casistica personale: la crescita prevede l’apertura verso il mondo e verso una poesia in cui la comprensione non può distaccarsi completamente da una necessaria denuncia.
Analizziamo le parti in cui è divisa la raccolta: “Un volto da un vuoto”, “L’ambiguità della soglia”, “Azione di popolo”, “Il mestiere dello sposo”. Il misticismo delle prime sezioni confluisce nella critica sociale e diventa difesa ad oltranza dell’uomo e dei suoi valori in risposta alla brutalità del contemporaneo. Ma la situazione contingente non può che essere la derivazione di una visione del mondo fondata sulla scissione tra i ricchi del mondo e i diseredati, gli emarginati, i non ammessi al banchetto di Epulone. Riecheggiano e sono fondamento della riflessione le parole del Salmo 117, quando si afferma che la pietra scartata sarà quella angolare su cui verrà edificato un nuovo edificio, io mi auguro anche sociale.
La dimensione utopica può sorgere e il misticismo può trasformarsi in messianesimo solo se la realtà si riscatta nell’abbraccio al plurale. In “Comunione dei santi” la convinzione è esplicitata in maniera essenziale: “La mia gioia non è niente di personale:/È questa condizione esatta ma collettiva/Di essere//In una perfetta unità.”( vv. 13-16, p. 53)
In “Difetto dell’ingranaggio” la storia recente irrompe in maniera evidente a mostrare il congegno del potere e le misure assurde, divisive, indotte dall’apostasia tecnologica: “Gli incontri sono troppo pericolosi./È l’ora della statistica/Non del bacio.”(Difetto nell’ingranaggio, vv. 8-10, p. 43). La statistica è il bacio di Giuda, sono i trenta denari, ma già, poco lontano dalla rabbia e dalla desolazione, c’è il luogo sicuro in cui trovare la consolazione di una dimensione edenica già in atto, e in cui la dilatazione sensoriale dell’ascolto, allude a un nuovo mondo risanato completamente. “E la fontana, il nostro ascolto/Non avrà più confini//Più nessun dolore.” (Il nostro ascolto, vv. 11-13, p. 46)
Qui è presente il vangelo di San Luca, quando si afferma che il regno di Dio è già in mezzo a noi, ma questa visione che potrebbe risultare esaustiva e indicherebbe un approdo da cui non voler più ripartire, nella dialettica di Gabriele Guzzi si apre alla possibilità di un ritorno, migliorati e cresciuti, a un nucleo più ristretto: il poeta è uomo di Itaca, ma di Ulisse non ha la smania dell’avventura a ogni costo e si realizza, su suggerimento di Kierkegaard, nel tornare per rimanere e affrontare la sua scelta etica, che è quella della vita coniugale: il mestiere dello sposo. Un ritorno al dialogo, dunque, ma non soltanto di pensiero, anche nell’intimità quotidiana, nella carne, nell’amore, in modo che la lingua della poesia sia suggerita dal rapporto presente e incessante con chi ci accompagna quotidianamente.
Se Guzzi fa allora professione di amore nei confronti di un discorso retrostante, fondativo, assoluto, c’è nella dialettica del componimento l’antitesi della coscienza che lo richiama al presente e alla sua ingiunzione, sofferente, ma splendida: “La frontiera del linguaggio/È qui, è la tua sposa./È la donna che splende sopra i tetti/E ride a meridione, è il figlio/ che muore, amandoti/ Persino dalla cima di una croce”(La frontiera, vv.6.11, p.63) E poi quello che parrebbe una pura allegoria, si spoglia dei suoi connotati simbolici e diventa profonda riflessione sull’incontro dei corpi, sulla loro necessità di opporre un istante di pienezza alla vita che ci strappa via troppo violentemente:
Conosco i miei peccati
Come conosco la mia amante:
Solo quando sono nudo.
Così ho imparato la tua dura lezione:
L’orgasmo non è che una confessione
Tra due potenti fragilità.
(La dura lezione, p.62)
Per usare parole del poeta, la tecnica del ritorno, dopo l’ascesa verso l’assoluto, riporta umilmente all’ essere nel mondo come soggetto unico e irripetibile, alla casa, al letto, ai luoghi che si conoscono da sempre. Gabriele Guzzi attende, affaticato come ogni altro uomo, ma il suo centro del mondo è qui e ora, soltanto suo, “tra il Tufello e Via Suvereto/Su una panchina assolata del cosmo” (Cambio di residenza, vv. 4-5, p. 61).
Poetessa (Laboratori poesia)
È un grande esordio quello di Gabriele Guzzi, che entra nel panorama poetico con la raccolta Un volto dal vuoto edito per Pequod (2023).
La sua non è una ricerca facile: lo dice il titolo stesso, molto evocativo, cercare un volto nel vuoto, una presenza che possa dare un senso. Per fare ciò, non è scontato, il poeta è pronto davvero a scavare nelle profondità, e Guzzi molto spesso ci porta in quelle marine a conoscere animali ed esseri misteriosi.
La prima poesia tratta dalla prima sezione (il cui titolo è esattamente quello del libro), ha come voce narrante un capodoglio. Il poeta si immedesima perfettamente nell’animale, nella sua psicologia, nella sua inquietudine. “Non amo stare in superficie. / Il pesce sul pelo dell’acqua / Muore, ogni mattina”.
La prima visione è in tutto e per tutto un insegnamento che continuerà per tutto il libro: andare a fondo, non aver paura degli abissi ma piuttosto averne per il “pelo dell’acqua”. Dice ancora il capodoglio: “Voglio gli abissi / E nient’altro”.
Nella stessa sezione troviamo un altro animale, ed è sempre lui a parlarci in prima persona. Questa volta si tratta di un’iguana. L’immersione non è nel fondale oceanico, ma “nell’eterno / Umido dei muschi”. Passiamo dal mare alla terra, ma ben poco cambia: l’atteggiamento che emerge è sempre quello dell’oscurità in perfetta sincronia con la profondità.
Infatti, presente è sempre il luogo buio, totalmente buio: per il capodoglio parliamo dei fondali marini, per l’iguana parliamo della notte. È nell’oscurità che gli animali sono più autentici: chi si lascia andare alla tranquillità e al riposo e chi, come i predatori, approfittano del buio per attaccare senza sospetti.
L’iguana di Guzzi è così: “Sembro morta. / In realtà, / Sto attirando la mia preda”. E conclude con questo verso: “Non sono soggetta alle leggi del tempo”: prima parla dei suoi luoghi, delle “sorgenti della terra”, territori dove altre migliaia di iguane hanno operato facendo certamente la sua stessa vita predatoria.
Ma questo non essere soggetta alle leggi del tempo non è solo un fattore geografico, bensì anche proprio, specifico dell’iguana di Guzzi. È il suo rapporto con l’eterno, con la notte, e soprattutto il suo rapporto con il proprio istinto: così sono stati i suoi avi, così è lei adesso, e così saranno le altre.
In questa prima sezione, “Un volto dal vuoto”, protagonista è proprio la ricerca del profondo, dell’abisso, della radice. Una poesia dedicata al proprio dolore ci riporta a questo concetto: “Ora so prendermi tutto il male / Che hai da darmi”. Sono “le mie braccia”, quelle del poeta, che accoglie questo dolore e intende purificarlo come fosse “un mare”. È ancora presente questo elemento: misterioso e imprevedibile come l’animo umano.
Nella poesia “L’eterno vigore” viene descritto un passo successivo all’accoglimento del dolore: una nuova nascita. Infatti, il poeta ci dice: “Dove le grida taciute vengono accolte / E il terreno è fecondato, tu riemergi / Dal silenzio”. Se questo passaggio ultimo, fondamentale per la vita, di solito nella vita degli uomini non è scontato e spesso non avviene, per Guzzi è quasi naturale. Questo è possibile, lo leggiamo, se il “terreno è fecondato”.
Il richiamo alla terra torna anche nella poesia successiva, in una forma grafica che torna in quasi tutte le poesie di questa raccolta. Sono presenti, spesso alla fine di un componimento, frammenti più o meno lunghi tra virgolette e scritti in corsivo. Questa forma fa pensare che ci sia un dialogo con un altro, forse con il vuoto del titolo, che ogni tanto irrompe nella lirica ed entra in dialogo col poeta e col lettore.
Nella poesia “Ferragosto di una donna lavoratrice” leggiamo: “Non ti ho chiesto preghiere / Ma una terra dove potermi trapiantare”. Questi versi, letti nella propria unità con la poesia, riescono veramente a darci l’idea di un dialogo. E questo avviene sempre con la parte più profonda di noi che ci parla, e quindi continuiamo a verificare che c’è un “volto nel vuoto”, che quindi non è più “vuoto” ma abitato da una presenza viva. Già accennato il tema della terra, della radice, in precedenza, torna ancora come habitat in cui far nascere una nuova vita.
“L’ambiguità della soglia” è il titolo della seconda sezione, e in questa ci troviamo di fronte ad una riflessione ancora più limpida e vicina alla verità.
Colpiscono questi versi: “Il rischio che a lungo fuggimmo / Oggi è la voce che ci chiama”. Le successive poesie della sezione esplorano proprio questa voce, ne cercano l’identità, ne ascoltano il suono.
Il poeta ci parla poi di un “pericolo cristallino del risveglio”, che subito ci fa pensare ad una sorta di risveglio dell’umano che si accorge finalmente della verità. Ci si arriva con estrema fatica fisica e dolore, e come Guzzi ci suggerisce successivamente bisogna essere “poveri” per poter contemplare l’essenziale. Questo è il “lavoro più antico del mondo”, ed è un atteggiamento che dovrebbe appartenere ai poeti. Si lega perfettamente al concetto, di nuovo, della terra, che torna sottoforma di attività contadina paragonata all’azione del poeta: come anche al lavoro del chirurgo, i poeti e i contadini scavano nelle profondità (dell’anima, del corpo e della terra) e ne scoprono le viscere, le radici, il sangue inteso come elemento vitale e primario.
Nella sezione “Azione di popolo”, protagonista è il “Padre” in tante forme differenti. Il padre è colui che dà origine ad un popolo: troviamo il padre inteso come Dio (origine dell’uomo); il padre inteso come pater familias (origine del nucleo familiare); il padre inteso come “Itaca”, quindi come punto fermo a cui tornare.
Punto nevralgico è l’amore della cura, di cui ci parlano questi versi: “Solo il padre celeste / Sana il padre terrestre. / Ricordalo. / Solo il suo amore colma la voragine / E dà la giusta prospettiva, / Guarendolo, // A ogni altro amore”.
La necessità di esplorare e scoprire sé stessi rimane, e forse un aiuto a riuscirci efficacemente viene proprio da un “padre”, o meglio da un’origine.
Dalla poesia “Il padellaro” emerge il desiderio da parte dell’autore di rendere “commestibili” le sue paure. La metafora gastronomica è perfetta, e ci fa capire che è avvenuto un passaggio successivo e direi definitivo: la scoperta ultima dei propri demoni, del proprio mistero che si rende quindi “volto” tangibile.
La poesia successiva, “Emanuele” ci fa capire ancora meglio questo concetto: “In un solo pozzo / ribolle il tuo destino / Come una sorgente / Da dissotterrare”. Ecco la fase essenziale: prima trovare il luogo da esplorare, averne il coraggio, e poi portare alla luce ciò che vi era nascosto.
Il concetto prima accennato del dialogo tra l’autore ed un “altro” all’interno delle proprie poesie è visibile nella poesia “Confessione di un marinaio”, che fa parte dell’ultima sezione “Il mestiere dello sposo”. Qui un marinaio intrattiene un dialogo che può sembrare interiore più che esteriore, con un’altra persona, ma non per questo meno efficace.
Le parole del secondo soggetto sembrano inutili, non sembrano cambiare veramente la visione del marinaio che continua a dire “Sono solo e ho paura”, “M’ingolfo / Come un criceto che impazzisce / Nella ruota che si adombra”. L’altro continua a pronunciare le sue frasi di salvezza: “Svuotati! / Disperdi l’ansia di possedermi. / Sono il vento greco che ti salva”. Questo altro in dialogo prende più volti: prima è un luogo in cui poter scavare “un porto / Vuoto”, poi diventa “il vento greco che ti salva” e quindi elementi che il marinaio ora perso conosce però perfettamente.
Questo dialogo sembra continuare nelle poesie successive, questa ricerca di stabilità e di riconoscersi nei luoghi è un’eco continua all’interno dei versi. Nella poesia “Cambio di residenza” torna l’idea di un luogo da poter riconoscere, ma questa volta lo sguardo del poeta è positivo: “E la mia casa / È questo cambio di residenza / Permanente, la tua fissa dimora”.
La certezza del poeta alla fine della sua raccolta sembra essere una, ed è spiegata bene alla fine della poesia “Estate a Maiori”: “Abitare insieme il centro della lotta / Non fuggendo non tremando ma danzando / Al ritmo del bombardamento”. La missione non è facile: non è da ricercare affannosamente la stabilità, la perfezione che non esiste, ma scavare il buio e dentro di lui farsi strada e trovare la luce.
La “sola buona notizia” dell’ultima poesia “Comprensione iniziale” è proprio questa: che si può imparare a scavare nel buio, nel vuoto, e trovarvi un volto che ci parli.
Docente di lettere (Atelier)
La raccolta di poesie di Gabriele Guzzi, dal titolo Un volto da un vuoto (peQuod, 2023), “provoca” il lettore fin dai tratti dell’immagine di copertina che raffigura un viso dai lineamenti incompleti e induce a seguire l’autore in un itinerario che dall’indefinito approda a un primo provvisorio risultato concreto, al quale non è estraneo il percorso di studi effettuato nel periodo di composizione: la laurea e il dottorato in Economia Politica.
Questo rapporto delinea uno sviluppo all’interno delle quattro sezioni di 12 testi ciascuna alla ricerca dell’incarnazione/incosazione della parola.
La prima riprende il titolo della raccolta e guida il lettore mediante immagini spesso tratte dal mondo animale. Immediatamente incontriamo Il capodoglio, il quale simboleggia la necessità dell’essere umano a scendere in se stesso «prima di dire una parola», poi l’iguana, capace di attirare la preda. Il poeta riprende l’esortazione agostiniana a ricercare la verità nell’interiorità («Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas») e un primo risultato consiste nel recupero della speranza, che induce a iniziare il cammino («Vedemmo l’aurora») alla ricerca di una terra «dove poter[si] trapiantare», magari su “pascoli erbosi” o in famiglia, all’interno di una visione religiosa dell’esistenza.
Qualche linea appare, ma non un disegno, nella seconda sezione dal titolo “L’ambiguità della soglia” anche perché la meta non appare con chiarezza; la complessità del reale richiede la responsabilità e la disponibilità totale («Non ho nulla con me»; «Bisogna rallentare per vedere») dell’essere umano per essere scoperta. A tal proposito neppure la voce dei poeti potrebbe giovare («I poeti potrebbero tacere / Per almeno un millennio»). Il presente è incerto, anche se qualche segno inizia a profilarsi («Le altre forme danno corpo al profilo / iniziale»): il ricordo della nonna e l’attitudine a raccogliere i pensieri.
La terza parte, “Azione di popolo”, presenta un profilo decisamente diverso, di carattere esistenziale: il complesso mondo poetico si incarna e assume una dimensione “politica”, concetto che va inteso non in senso rigido, ma come un ampio orizzonte che comprende la straordinaria ricchezza della persona umana in tutte le sue dimensioni: fisiche, psichiche, individuali e sociale, attuali e storiche. E la legge delle cose (economia) si trasforma e si attua nella legge della poesia, perché, secondo l’autore, per rigenerare una economia secondo i valori umani occorre una nuova poesia che nella “politica” includa anche la sfera religiosa.
Il lessico si concretizza, la rappresentazione della natura lascia meno spazio alla ricerca di metafore, il pensiero poetante si cala nella realtà quotidiana, sostanziata dal «risveglio / Degli aranci», dall’amore paterno, dal suono delle campane di un matrimonio, dal «mormorio dei figli e delle figlie» («E sarai Gabriele, veramente, il figlio / Mio, colui che ho sempre amato»). E il Re non tarderà a venire nell’«ora della statistica» e il singolo poeta diverrà la voce del popolo, perché il fondo è stato toccato. Abbiamo bisogno di «scavare / Non costruire»: Dio si trova all’interno dell’individuo. Allora si potrà scoprire che la gioia è una “condizione collettiva”, non “personale”.
Il “viaggio” giunge alla conclusione nella sezione “Il mestiere dello sposo”: qui il poeta si riappropria della parola ed estende la propria esperienza «in compagnia delle generazioni / Come incontri quotidiani» e, come il marinaio, «canta» e «allarga / La vastità delle […] rotte». Gli sembra in entrare in un Nuovo Testamento, anche se «La parola fa patire al poeta / I lampi del suo domandare». Al Padre egli chiede «la tecnica del ritorno» nella “casa” dell’esistente, dove la parola si allarga per abbracciare la totalità della vita. L’autore avverte che è giunto il tempo di iniziare un nuovo cammino che si traduce in una suprema aspirazione: «Solo amore io voglio, / Essere in piccolo / Vangelo».
A questo punto dal vuoto appare un volto!
Questo percorso di formazione umana e letteraria di Gabriele Guzzi dai venti ai trent’anni pare ripercorrere l’itinerario stesso della poesia italiana (e non solo) alla ricerca del contatto con la vita, come documentato nei cinque tomi La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà. L’autore si identifica nella figura dell’homo quaerens, il ricercatore inesausto di significati e di verità che, come l’Ulisse dantesco, è arso dalla sete di conoscenza e non teme di inoltrarsi nell’«alto mare aperto»; è disposto a rivedere le proprie posizioni, spazia per tutti i campi del sapere, si mette in discussione per trovare i punti deboli delle proprie convinzioni. Dove approderà la “navicella del suo ingegno”? Solo il futuro lo potrà rivelare.
Poeta (lapoesiaelospirito.it)
La poesia di Gabriele Guzzi, qui alla sua prima prova, si nutre di acri opposizioni e di un linguaggio fortemente legato al tragikon classico, al paesaggio marino (in particolare Il capodoglio, Mediterraneo, Àncora, L’uomo di Itaca, Confessione di un marinaio) e all’esperienza del divino. In tal senso paradigmatico è un testo come Comunione dei santi, con un’apertura davvero icastica: “La mia gioia non è niente di personale”. Soltanto il volto, sembra dire Guzzi riorchestrando Lévinas e Claudel, può dare contezza dell’esistenza umana nella sua piena verità.
È la crudeltà cieca di ciò che non ritorna,
È la morte, mi dici,
E questa casa imbrunita sul confine
È morta, anche lei, con lui
Ma saremo pronti
Nei porti taciturni che accolgono la salma,
La pietra conficcata nell’ardore,
Saremo pronti, e qualcosa
Si opporrà alla tragedia
Al suo cauto riaffermarsi, qualcosa
Tornerà, nel contrasto,
Dei gabbiani che gridano sugli scogli
Delle bestie che cantano verso il sole.